La potenza della debolezza

La potenza della debolezza

Massimo Coero Borga – 14-21-28 gennaio 2020

Un’antica leggenda orientale narra che un medico, un giorno, durante un’abbondante nevicata, osservò che il peso della neve aveva spezzato i rami degli alberi più robusti, che erano così rimasti spogli.

Guardò poi un albero che, invece, era rimasto intatto: era un salice, dai rami flessibili. Ogni volta che la neve minacciava di spezzarli, questi si flettevano lasciandola cadere per poi riprendere la posizione originaria.

Questo fatto impressionò molto il medico che, intuendo l’importanza del principio della “non resistenza”, lo applicò alle tecniche che stava studiando, dando così origine a una delle scuole più antiche di Jujitsu tradizionale.

In sostanza, gli alberi che sembravano più duri e resistenti, si sono spezzati, gli altri che sembravano più deboli, invece, hanno resistito.

(La leggenda del salice: http://www.wasi-sport.org/jujitsu/la-leggenda-del-salice.html)

E tu, come reagisci alle prove della vita? Cerchi di combattere strenuamente con le tue sole forze o “ti pieghi”, cioè metti da parte la tua “forza” e lasci fare a Dio?

Ricorda che il principio del salice vale anche per noi:

DEBOLEZZA umana > POTENZA divina

POTENZA divina > VALORIZZAZIONE umana.

Di fronte alle avversità della vita e alle situazioni sfavorevoli, dobbiamo fare in modo di mantenere il nostro cuore tranquillo e di lasciarci irrobustire dalla grazia di Dio. Così, Dio ci valorizzerà sempre. Invece:

VANTARSI umanamente significa INDEBOLIRE Dio (in noi)

UMILARSI davanti a Dio significa RAFFORZARE Dio (in noi)

A questo proposito san Paolo dice:

Se è necessario vantarsi, mi vanterò della mia debolezza (2Cor 11,30).

San Paolo si vanta dell’aver vinto tante sfide (avendo fiducia in Dio), ma non per dare gloria a se stesso, bensì per glorificare Dio. Non vuole dire cose belle di lui, che servirebbero solo al suo male. Non serve che venga valorizzato san Paolo, ma che sia valorizzato Cristo.

La forza umana è superbia, la debolezza umana può diventare forza divina. L’umiltà è l’unica cosa che mentre scendi ti fa salire. Se uno vola basso, il Signore lo innalzerà, lo farà “volare”.

Per sconfiggere il nemico bisogna mantenere l’umiltà dei figli di Dio, anche accettando il limite delle nostre debolezze. Per debolezza qui non si intende il vizio o il peccato, bensì l’incapacità di fare qualcosa oppure qualcosa che mi fa “volare basso”, che mi ricorda che non sono Dio e che se vinco la sfida (e noi la vinciamo perché siamo più che vittoriosi), è per i meriti di Gesù.

La storia di Giacobbe (da Genesi 32), è un bell’esempio di come Dio può agire nella nostra debolezza. Giacobbe, tramite l’inganno, aveva rubato la primogenitura – cioè la benedizione di Dio – che spettava a suo fratello, il primogenito Esaù. Poi ha varie traversie: scappa e va dallo zio Labano, si sposa con due sorelle ecc., ma poi, dopo un po’ di tempo, decide di tornare a casa. Torna così da Esaù “con la coda tra le gambe”, temendo che questi potesse fargli del male, tant’è che per ingraziarselo, prepara anche dei doni da portargli (capre, pecore ecc.). Giacobbe sta ancora agendo nella carne, nella scaltrezza della sua mente… ma senza Dio. In qualche modo sta continuando a “fregare” con i suoi calcoli umani, ma in questo modo Dio diminuisce in lui. Cerca di comprarsi l’altro… un po’ come quando noi preghiamo ma poi, un attimo dopo, facciamo esattamente come prima.

Una notte, mentre era nell’accampamento, Giacobbe rimase solo e lottò furiosamente con un uomo, il quale gli slogò l’articolazione del femore.

Inizia a lottare con Dio… poi però viene azzoppato. Dio, lo Spirito Santo, inizia a lottare contro il nostro IO. Giacobbe ha pregato, ma poi non ha agito secondo la preghiera. Allora Dio lo azzoppa. Se sono zoppo, mi appoggio solo su Dio. “Mi vanterò delle mie debolezze”, così mi appoggio solo su Dio. Noi spesso diciamo di pregare, ma poi un attimo dopo agiamo nella carne, e così vanifichiamo la preghiera di prima.  

Giacobbe chiede poi al suo avversario la benedizione «Non ti lascerò, se non mi avrai benedetto!». Senza Dio non si va da nessuna parte. Qualunque cosa “mettiamo in piedi” (matrimonio, lavoro ecc.), se non è con Dio, fallisce. In quale area della vita “scappo” da Dio (faccio di testa mia)?

L’avversario domandò a Giacobbe come si chiamasse ed egli rispose: «Giacobbe». Giacobbe significa “soppiantatore”. In questo momento ha il coraggio di confessare chi è, di dire il suo nome. Ecco che c’è un cambio di destino. Non puoi scappare dal tuo passato, puoi solo appoggiarti su Dio. A volte, fino a quando Dio non ci azzoppa, il nostro “io” fa fatica a fidarsi di Dio. Se, invece, riesce a fermarci, può entrare, ecco che allora Dio ci dà un nome nuovo, cioè un nuovo destino.

Riprese: «Non ti chiamerai più Giacobbe, ma Israele, perché hai combattuto con Dio e con gli uomini e hai vinto!». E qui lo benedisse.

Nel momento in cui sarai azzoppato, dovrai poggiare solo su Dio.

Con Dio la debolezza può diventare una grande potenza. Ad esempio, se uno ti insulta e tu gliene dici quattro, quello te ne dice otto e così via, in una spirale di “morte”. La debolezza, invece, sta nel perdonare (ecco la croce)… all’inizio costa molto, ma spezza quel circuito di male che si era innescato e poi tu alla fine starai bene e magari anche l’altro si ridimensionerà e ci sarà pace. Quando arriva un problema, a noi viene subito da pensare a una soluzione umana (userò i soldi, le mie capacità ecc.), ma questo porta poi a una debolezza. Se, invece, accogliamo i nostri limiti, stiamo meglio, non mettiamo su maschere.

Prova a fare questo esercizio: dietro un difetto, trova almeno tre cose belle. Es. timidezza > saper ascoltare gli altri, osservare le situazioni (accorgersi degli altri), ascoltare Dio.

Davanti a un problema, c’è sempre un’opportunità. Dio trae il bene da ogni male. Tutto concorre al bene di coloro che amano il Signore. Finché non vediamo i pregi, il nemico avrà un’autorità distruttiva. Finché ci muoviamo nella nostra debolezza umana, ci muoviamo nella carne, e la carne porta alla morte.

Umanamente abbiamo dei limiti e questi limiti, se vissuti senza Dio restano, pesano e bloccano. Cercare si sorpassare il proprio limite è uno sforzo sovraumano. Se il mio limite è quello, se cerco di oltrepassarlo, farò una grande fatica. Come fare allora? Con Dio i limiti umani restano, ma vengono spostati verso il non limite sapendo che Lui agisce (e anche noi facciamo di più: tutto posso).

Mettiamolo il nostro limite nelle mani di Dio, che allarga il limite, così cresceremo ma senza più fare grande sforzo. Il limite di Dio è quello che gli diamo.

Facciamo l’esempio della mancanza di TEMPO, che al giorno d’oggi un po’ tutti viviamo (tante cose da fare – oppure ritardo). Posso vivere questa condizione di partenza in due differenti modi:

  • Mi agito, rischio un incidente (o di sbagliare), stabilisco cattive relazioni con gli altri, vivo male tutto il tempo.
  • Vivo bene il limite di tempo, so che ce la faccio perché Dio è con me (così ho spostato in avanti il limite), oppure so che se arrivo tardi c’è un perché (a meno che sono un ritardatario nel partire) e ci sarà un bene maggiore. Vivo bene il tragitto (magari riesco anche a pregare).

Proseguiamo nel vedere cosa combina Giacobbe (Gen 33). Nel momento in cui Giacobbe vede arrivare Esaù e i suoi uomini, fa un errore di valutazione, pensando che Esaù stesse per scagliare la sua ira su di lui. Allora Giacobbe inizia ad agire secondo calcoli umani… cioè, stava iniziando a perdere fiducia in quello che il Signore gli aveva proposto.

In che modo guardi le cose? Noi non siamo abituarti a vedere come Dio, ma con i nostri occhi.

Esaù, però, lo spiazza completamente: gli corre incontro, lo abbraccia, gli si getta al collo, lo bacia e piangono (cfr. il padre misericordioso. Noi colpevoli, lui misericordioso). Non va secondo i suoi calcoli. Il 90% delle nostre paure non si realizzeranno mai.

Giacobbe, però, insistette per offrire doni a Esaù. Noi, però, non possiamo aggiungere nulla alla ricchezza di Dio e non possiamo “comprarlo”. Esaù non aveva bisogno di tutta questa farsa, voleva solo che il fratello fosse trasparente e sincero. La stessa cosa vuole Dio da noi. Giacobbe, però, non ha capito. A volte quando continuiamo a prendere legnate è perché non abbiamo capito.

Esaù, allora, gli propose di mettersi in viaggio, ma Giacobbe trovò mille scuse (i bambini, le greggi ecc.)Troviamo mille scuse pur di non seguire il Signore. Quando, invece, entriamo nella debolezza, Dio predispone tutto a nostro favore. Iniziamo ad accogliere le correzioni se vogliamo far manifestare la potenza di Dio.

Giacobbe continua con le sue scuse, non si fida del Signore e prende un’altra strada, arrivando alla città di Sichem, dove erige un altare, che chiama «El, Dio d’Israele». Siamo sicuri che non si sia fatto l’”altarino per se stesso”? A che Dio hai eretto all’altare? Al tuo arrivismo, al tuo sogno, al tuo progetto ecc..

Dio vuole che stiamo nel palmo della sua mano… che smettiamo di dire: “io, io…” e che ci fidiamo.

Se ti accadono più avvenimenti consecutivi, prova a chiederti perché accadono. “Debolezza” significa anche cambiare strada se Dio ti ha chiuso quella che stavi percorrendo… sapendo che in quella debolezza del fidarsi, si manifesterà la potenza di Dio.

Qual è il tuo Dio? Chi sta guidando la tua vita?

Torniamo a Giacobbe. Abbiamo visto che si era creduto autonomo… prende una certa strada, non va con Esaù (con Dio), e questo è il risultato: Sichem, figlio di Camor l’Eveo, principe di quel territorio, rapì Lia, figlia di Giacobbe e di Dina e le fece violenza (Gen 34).

Si è trovata nel posto sbagliato. Se Giacobbe fosse stato umile e avesse ascoltato Dio, non si sarebbe trovato lì e a sua figlia non sarebbe successo questo. Le scelte dei padri, ricadono sui figli, quelle dei titolari, sui dipendenti, quelle del Papa, sulla chiesa ecc.. Tante cose che succedono avvengono perché abbiamo scelto di testa nostra.

Poi, però, Sichem si innamorò di Lia e chiese a suo padre Camor di poterla avere in moglie. Camor, il padre di Sichem, chiese allora Lia in moglie per il figlio, promettendo a Giacobbe di fargli abitare la loro terra. Gli hanno spalancato le braccia. L’abbondanza di Dio.

Allora i figli di Giacobbe, che erano molto indignati da quanto successo e sembrano più arrabbiati per la trasgressione, che per il disonore della famiglia, che non per quanto accaduto alla ragazza, risposero a Sichem e a suo padre Camor, parlando con l’inganno, dicendo a Camor che avrebbero accettato solo se avessero fatto circoncidere Sichem e ogni loro maschio (in pratica, dovevano diventare ebrei anche loro).  

Quando però tutti i maschi di Camor furono riuniti per la circoncisione, i due figli di Giacobbe, e fratelli di Dina, entrarono indisturbati nella città e uccisero tutti i maschi, compresi Camor e Sichem, portarono via Dina dalla casa di Sichem e si allontanarono. In pratica hanno usato Dio per far fuori coloro che si erano aperti a loro. Si sono fatti giustizia da soli, non hanno usato la misericordia di Dio.

Giacobbe fu molto risentito a affranto da quanto avevano fatto i figli. La potenza umana porta rovina. Certo, i figli hanno compiuto questa feroce vendetta, ma a monte c’è stata la scelta sbagliata di Giacobbe. È partito tutto da molto prima, da un orgoglio, dal seguire un dio (che è a nostra immagine e somiglianza e non il contrario) che non è veramente Dio ecc.. È accaduto quello che accade, ad esempio, nelle famiglie in cui non c’è perdono e si arriva a faide infinite, che portano solo a una spirale di violenza e morte. Occorre entrare nella debolezza dell’amore, che poi ti fa vincere e non ti fa portare a conseguenze che potrebbero essere negative.

Chi è il più forte? Chi perdona (come ha fatto Esaù) o chi trattiene la rabbia? Chi vuole la giustizia a tutti i costi o chi riesce a far vincere la relazione? Chi aspetta che gli altri facciano sempre il primo passo o chi riesce a fare il primo passo? Chi si preoccupa di tutto o chi si fida di Dio? Noi, quando abbiamo uno screzio con qualcuno, facciamo il primo passo o aspettiamo sempre che siano gli altri a farlo? Cerchiamo sempre scuse e accusatori o ci mettiamo noi per primi in gioco?

Nel momento in cui fai il primo passo, stai già sviluppando un benessere interiore, perché stai già andando verso Dio, e Dio inizia a manifestarsi.

Infine, Dio parlò di nuovo a Giacobbe e disse di andare a stabilirsi a betel e a costruire in quel luogo un altare al vero Dio – la vera fonte della vita, non più a se stesso (Gen 35).

Allora Giacobbe qui fa la scelta giusta per essere vittorioso e disse alla sua famiglia e a quanti erano con lui: «Eliminate gli dèi degli stranieri che avete con voi, purificatevi e cambiate gli abiti (vuol dire conversione).

Nel momento in cui sbatte fuori gli idoli, ecco che c’è la vittoria.

Poi invita tutti ad andare a Betel dove avrebbe costruito un altare a Dio (al vero Dio). Se tu non fai queste cose, non sei in Dio. Tutti obbedirono.

Dio, allora, in qualche modo agisce e blocca le potenze del male. Nel momento in cui eliminano i nostri idoli, allora Dio si occupa di noi bloccando le forze del nemico. Non hanno dovuto pregare, hanno solo dovuto eliminare il male che era in loro. Sono entrati nella debolezza.

Dio apparve un’altra volta a Giacobbe, lo benedisse e gli cambiò il nome: lo chiamò Israele. Cambio del nome. Prima non era diventato veramente “Israele”. Ecco perché dovette ricevere “un’altra legnata”. Ora può adempiersi la profezia contenuta nel nome “Israele”, che significa: sei vittorioso (perché non hai più altri dei, hai solo Dio). FINALMENTE È VITTORIOSO.

E giunse a BETEL (casa di Dio). Finalmente siamo casa di Dio, pieni di Dio, guidati da Dio, protetti da Dio.

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Comment (1)

  • Francy87Milano rispondere

    Quando sono debole, allora sono forte perché Tu Sei la mia forza

    01/04/2020 a 12:06

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