Gesù chiama (Mc 1,16-20)
Passando lungo il mare di Galilea, vide Simone e Andrea, fratello di Simone, mentre gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. Gesù disse loro: «Venite dietro a me, vi farò diventare pescatori di uomini». E subito lasciarono le reti e lo seguirono. Andando un poco oltre, vide Giacomo, figlio di Zebedeo, e Giovanni suo fratello, mentre anch’essi nella barca riparavano le reti. E subito li chiamò. Ed essi lasciarono il loro padre Zebedeo nella barca con i garzoni e andarono dietro a lui (Mc 1,16-20).
È Dio che chiama per primo
La prima cosa che colpisce è che è Gesù a scegliere. Non sono i discepoli a cercarlo: è Lui che “vide” e “disse”. A differenza degli altri maestri del tempo, che aspettavano di essere scelti dagli allievi, Gesù va di persona a chiamare e sceglie gente comune, degli “ultimi”, molto diversi tra loro.
Questo ci consegna una verità liberante: non siamo noi a inventarci la chiamata, è Lui che la rivolge a noi. Come dice Gesù stesso: «Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi […]» (Gv 15,16). La parola “vocazione” nasce proprio dal verbo chiamare. Più che una ricerca ansiosa, la vita è una risposta a una voce che ci precede e ci ama.
Ti chiama là dove sei
Gesù non incontra i discepoli in un tempio, ma al lavoro, con le mani tra le reti. Dio ti chiama nella tua quotidianità, non quando sarai “pronto” o “perfetto”. Non cancella la tua storia (sa che sono pescatori) — all’inizio, magari, la dis-orienta, perché non te l’aspetti — ma la riorienta: “Vi farò diventare pescatori di uomini” e, con il tempo, capisci e tutto è finalizzato al bene.
Il coraggio di lasciare le reti
Il testo ripete due volte quel «subito»: Simone e Andrea lasciano le reti, Giacomo e Giovanni lasciano perfino il padre Zebedeo nella barca. Le reti erano la sicurezza e l’identità; il padre era l’appartenenza e la tradizione. Seguire Gesù ha chiesto un atto di fiducia: lasciare il certo per l’incerto, il conosciuto per la promessa.
Identità, appartenenza e cambiamento
Da un punto di vista psicologico, i discepoli hanno affrontato due passaggi che riguardano anche noi. Lasciare le reti significa uscire dalla zona di comfort: il nostro cervello preferisce il familiare, perché legge il cambiamento come una minaccia. La crescita, però, comincia sempre ai confini di ciò che conosciamo e che teniamo sotto controllo.
Lasciare il padre, invece, tocca il tema dei legami e dell’identità: diventare pienamente noi stessi richiede, a volte, di distinguerci da attese e copioni familiari, senza rinnegare gli affetti, ma scegliendo con libertà. Spesso, ciò che ci blocca non è l’assenza di opportunità, ma la paura di perdere sicurezza, ruoli e conferme. Riconoscere questa paura è già il primo passo per attraversarla: non la neghiamo, la guardiamo in faccia e decidiamo comunque di muoverci. Il “subito” del Vangelo ci ricorda che il cambiamento matura nelle piccole decisioni concrete, non nei grandi propositi rimandati.
Un esercizio per la settimana
- Individua una sola “rete” che ti trattiene (un’abitudine, una paura, un’immagine di te). Scrivila su un foglio.
- Rispondi a due domande: «Cosa temo di perdere se la lascio? Cosa potrei guadagnare?».
- Scegli un gesto piccolo e concreto da compiere entro la settimana: una telefonata, un perdono, un passo lasciato in sospeso.
- Ogni sera, in un minuto di silenzio, chiedi: «Signore, dove mi stai chiamando oggi?» e ascolta, senza fretta di rispondere.
Il cammino inizia da un piccolo sì, detto oggi.
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