Capitolo 5: La cultura della potenza e la civiltà dell’amore -Tappa 6 di 7
Oggi entriamo nel cuore più drammatico dell’enciclica: il tema della guerra e della pace.
Papa Leone XIV ci mette davanti a una scelta: costruire una “cultura della potenza” oppure edificare la “civiltà dell’amore”.
Riprendiamo le due immagini bibliche di tutta l’enciclica — la torre di Babele (costruzione di dominio che disumanizza) e la ricostruzione di Gerusalemme con Neemia (opera di responsabilità condivisa).
1. La cultura della potenza
Il Papa denuncia che oggi «si va consolidando una cultura della potenza, nella quale la disponibilità di mezzi e la capacità di dominare tendono a dettare l’agenda», relegando il bene comune sullo sfondo.
Questa cultura si nutre di quattro dinamiche:
- La normalizzazione della guerra — non più extrema ratio, ma opzione praticabile;
- La corsa alla forza senza limiti (anche con le armi e l’IA);
- La crisi del multilateralismo;
- Un presunto realismo politico che ripete che «alternative non esistono».
Il Papa ricorda il grido di San Paolo VI all’ONU nel 1965: «Non più la guerra, non più la guerra!», e come la Carta delle Nazioni Unite volesse «salvare le future generazioni dal flagello della guerra».
- Genesi 11,1-9 — La torre di Babele (progetto di dominio che disumanizza);
- Matteo 28,18 — «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra» (il vero potere è quello del Crocifisso Risorto).
Quando ci sentiamo insicuri, la mente cerca un colpevole: nasce lo schema “amico-nemico”, “noi-voi”, “prima io” — come nota il Papa. È un meccanismo psicologico di semplificazione: costruire la propria identità contro qualcuno rassicura, ma alimenta la paura.
«Dove nella mia vita quotidiana trasformo l’altro in “nemico” per sentirmi più forte o più giusto?»
2. La cecità del “falso realismo”
Il Papa parla di un tempo di «notevole cecità spirituale e culturale». Un falso pragmatismo invita a «recidere le radici della memoria», illudendosi che le atrocità del XX secolo non possano ripetersi.
C’è anche un richiamo forte per chi lavora nella ricerca e nella tecnologia: quando «ci si limita a guardare solo al proprio settore, ci si illude di svolgere un compito moralmente neutro» — rischiando di cooperare, magari senza volerlo, a «progetti oscuri che alimentano nuove forme di violenza».
«Se voi foste ciechi, non avreste colpa; ma ora voi dite: “Noi vediamo”, e quindi la vostra colpa rimane» (Gv 9,41).
La rimozione della memoria è un meccanismo di difesa: dimenticare il dolore del passato ci fa sentire al sicuro, ma ci rende ciechi ai pericoli presenti. Sanare la memoria — non cancellarla — è, invece, un cammino di guarigione interiore.
3. Costruire la civiltà dell’amore
Dopo aver denunciato il male, il Papa non si ferma: «La prospettiva cristiana non si esaurisce nel denunciare il male». «Noi guardiamo la storia alla luce del Crocifisso Risorto.»
La civiltà dell’amore (espressione di San Paolo VI) non è «un’utopia ingenua, ma un progetto esigente»: consiste nel «tradurre la carità in strutture di giustizia» e nel considerare l’altro «come un alleato necessario per la costruzione del bene comune».
Il Papa indica vie concrete:
– disarmare le parole;
– costruire la pace nella giustizia;
– assumere lo sguardo delle vittime;
– coltivare un sano realismo;
– rilanciare il dialogo e la diplomazia.
Sulla pace, riprende le parole della sua elezione: «La pace sia con voi! Questa è la pace del Cristo Risorto, una pace disarmata e una pace disarmante, umile e perseverante».
- Marco 4,26-32 — Il seme che germoglia da solo e il granello di senape (il bene cresce silenzioso);
- Isaia 43,19 — «Ecco, io faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?»;
- Giovanni 1,5 — «La luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta».
La speranza non è ottimismo ingenuo. È la capacità psicologica di vedere il seme nascosto anche nella terra buia. Il Papa dice che i cristiani «vedono le tenebre e le chiamano per nome, ma non restano fermi a contemplarle». Questa è resilienza spirituale: riconoscere il male senza esserne paralizzati.
«Qual è un piccolo “granello di senape” di bene che posso seminare questa settimana nelle mie relazioni?»
MOMENTO CONCLUSIVO
Il Papa chiude il capitolo ricordando che l’impegno per la pace «si nutre della preghiera»: «la pace proviene da Dio, Dio che ci ama tutti incondizionatamente».
- Ogni giorno, “disarmare” una parola dura prima di pronunciarla;
- Fare un gesto concreto di attenzione verso chi è ai margini (a volte, è la persona vicina a me o una persona che incontro tutti i giorni e che vedo stare male).
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