Mosè e la benedizione famigliare (Es 4,18)
di Il Crocifisso Risorto · · 2 min di lettura
Mosè partì, tornò da Ietro suo suocero e gli disse: «Lasciami andare, ti prego: voglio tornare dai miei fratelli che sono in Egitto, per vedere se sono ancora vivi!». Ietro rispose a Mosè: «Va' in pace!» (Es 4,18).
Mosè, davanti alla chiamata di Dio, mostra un cuore profondamente umano. Guardiamo insieme questo momento così vero, tratto dal dialogo con Ietro prima di partire per liberare Israele.
Immaginate la scena: Mosè sente il peso enorme della missione divina – condurre un intero popolo alla libertà. È normale che sorga un desiderio di ritorno verso la famiglia di origine. Non è solo nostalgia: quel "li vedo ancora vivi?" rivela un legame affettivo forte, una preoccupazione di perdita che lo spinge a cercare rassicurazione emotiva. Prima di buttarsi nell'ignoto, ha bisogno di quel filo che lo lega al conosciuto, un ancoraggio per non perdersi.
E qui emerge l'ansia e l'incertezza. Il compito è gigantesco! Liberare una nazione dalla schiavitù... Chi non tremerebbe? Questa pressione interna lo porta a volgere lo sguardo alla famiglia, quel "punto di ancoraggio emotivo" che dà stabilità quando tutto sembra crollare.
Poi arriva la richiesta di permesso: "Lasciami andare, ti prego". Non è solo cortesia: è un appello a Ietro, figura di autorità, per ottenere approvazione esterna. Mosè cerca conferma fuori da sé per zittire il dubbio interiore, quel "ne sono davvero capace?" che tutti proviamo davanti a una vocazione grande.
Ma guardate la bellezza della risposta: Ietro non dice solo "vai", ma "Va’ in pace!". È un rilascio emotivo profondo: una benedizione (da una autorità) che scioglie la tensione, lo autorizza a partire con il cuore libero. Da qui Mosè può agire, trasformando paura in obbedienza fiduciosa.
Questa dinamica psico-teologica ci parla: anche noi, chiamati da Dio, cerchiamo conferme familiari prima di spiccare il volo. Oggi, lascia che il "va' in pace" del Padre ti liberi!
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